Una scuola di vita. Sono tornata dalla scuola del Cottolengo di Torino esattamente da un mese, e rileggo gli appunti che ho preso sul mio taccuino durante la visita. Tre parole in particolare ho ripetuto più volte per raccontarla: una scuola di integrazione, una scuola aperta, una scuola piena di vita. Al mio arrivo mi accoglie Anna, la progettista della scuola serena e indaffarata che mi presenta la struttura dove studiano 400 ragazzi divisi tra scuola primaria e secondaria di primo grado. Qui, mi spiega, sono attivi molti progetti educativi volti all’integrazione dei ragazzi diversamente abili e degli stranieri. In particolare la scuola è un bell’esempio per quanto riguarda i progetti educativi che riguardano la sindrome dell’autismo, sempre più diffuso e così difficile da gestire proprio perché nascosto dietro l’apparente normalità. Conosco così Edoardo, uno dei ragazzi che ha un autismo ad alto funzionamento e con grande affetto si presenta dandomi un bacio. Lo accompagno con Chiara, la sua insegnante, a svolgere l’attività prevista dal progetto educativo volto all’avvicinamento al lavoro che consiste nel gestire i distributori automatici della scuola. È dopo qualche ora che conosco l’anima della scuola: Don Andrea, vitale e appassionato della sua scuola e dei suoi ragazzi. Mi racconta della squadra di rugby e di come sia bello vedere tutti, anche i ragazzi diversamente abili giocare completamente integrati attraverso lo sport. Quando scendo in cortile e scambio alcune parole con l’allenatore della squadra: siamo quasi costretti ad urlare dato gli schiamazzi e le grida sul piazzale della scuola e mi dice le parole in cui più mi sono ritrovata durante la mia visita. I ragazzi sfiancano, e stancano tantissimo da una parte, ma dall’altra stare con loro dona un’energia impagabile; stando insieme a loro si sentono le emozioni, quelle vere e forti: si sente la vita. La scuola del Cottolengo è una scuola dove si respira la multiculturalità, la voglia di stare insieme e di stare bene, non solo tra i suoi alunni ma anche tra gli insegnanti e i numerosi volontari del servizio civile che ho conosciuto. Sono davvero tante le persone che ci mettono il cuore per far si che questa scuola sia una grande famiglia.

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Sara Ruggeri

Sara, con le sue fotografie, ha raccontato la storia della scuola.

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Mi chiamo Sara Ruggeri, ho 28 anni e sono una fotografa. Nel 2015, dopo essermi laureata in Ingegneria edile-architettura all’università di Trento mi sono iscritta alla scuola di fotografia biennale CFP Bauer di Milano dove sto approfondendo i temi che più mi interessano: le storie delle persone, i loro luoghi ed il legame con il paesaggio in cui vivono.